La patologizzazione del dissenso come attacco alla democrazia
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La patologizzazione del dissenso — ovvero il trattare opinioni critiche, comportamenti non conformisti o proteste sociali come sintomi di disturbi mentali, paranoia o irrazionalità — rappresenta oggi una delle forme più insidiose di attacco alla democrazia. Non è un colpo di stato armato, né una censura esplicita: è un processo sottile, culturale e spesso interiorizzato, che corrode la base stessa della partecipazione democratica.
1. Che cos’è la patologizzazione del dissenso?
È quando:
- Un cittadino critica le politiche governative → viene definito "paranoico", "complottista" o "ansioso".
- Un attivista denuncia ingiustizie ambientali → gli si dice che ha "una fissazione" o "problemi psicologici".
- Una persona mette in dubbio decisioni sanitarie di massa (es. lockdown, vaccini) → viene etichettata come "malata di mente" o "irrazionale".
Invece di confrontarsi con l’argomento, si attacca la mente di chi lo solleva.
“Non rispondiamo al contenuto, ma al supposto stato mentale di chi parla.”
2. Perché è un attacco alla democrazia?
La democrazia si fonda su:
- Libertà di espressione
- Diritto di critica
- Pluralismo delle opinioni
- Responsabilità delle istituzioni verso i cittadini
Quando il dissenso viene medicalizzato:
- ✅ Si trasforma un diritto politico in un sintomo clinico.
- ❌ Si delegittima il cittadino non come interlocutore, ma come paziente.
- 🔁 Si inverte il rapporto di responsabilità: non sono le istituzioni a dover giustificare le loro azioni, ma i cittadini a dover dimostrare di essere “sani di mente”.
Questo meccanismo ricorda il passato:
- In URSS, i dissidenti erano internati in ospedali psichiatrici ("psichiatria punitiva").
- Negli anni '60, il movimento per i diritti civili fu spesso descritto come “isterico” o “malato”.
Oggi, la forma è più morbida, ma altrettanto efficace:
“Non ti arrestiamo, ma ti diciamo che sei traumatizzato, ansioso, influenzato da fake news…”
3. Come avviene oggi? Esempi concreti
🔹 Durante la pandemia (2020–2022)
- Chi chiedeva trasparenza sui dati → “nega la scienza”
- Chi criticava i lockdown prolungati → “ha paura, è ansioso”
- Chi voleva dibattito aperto → “diffonde disinformazione”
I media e taluni esperti hanno spesso usato un linguaggio medico per descrivere posizioni politiche diverse:
“Vaccinofobia”, “negazionismo”, “sindrome da complottismo”…
Ma avere dubbi non è una malattia. È un segno di pensiero autonomo.
🔹 Sull’ambiente
- Attivisti climatici (es. Fridays for Future) → “hanno attacchi di panico per il futuro”
- No-TAV, No-Grandi Opere → “bloccano il progresso per irrazionalità emotiva”
Si riduce la resistenza ecologica a un problema di salute mentale, anziché affrontarne le cause strutturali.
🔹 Nella salute mentale stessa
- Chi denuncia effetti collaterali dei farmaci → “non capisce la propria malattia”
- Chi critica la medicalizzazione di stati umani normali (lutto, tristezza) → “resiste alla terapia”
Il risultato? Un circolo vizioso: più si promuove la salute mentale, più si rischia di medicalizzare ogni forma di disagio sociale.
4. Meccanismi culturali e mediatici
La patologizzazione funziona grazie a:
Meccanismo | Effetto |
|---|---|
Etichette psichiatriche | Trasformano il dissenso in sintomo (“paranoia”, “ansia”) |
Autorità medica | Il medico diventa figura di verità, non solo cura |
Media allarmisti | Amplificano emozioni per poi dire: “Ecco, vedete? Siete tutti traumatizzati!” |
Normalizzazione del controllo | La sorveglianza digitale, i green pass, vengono presentati come “protezione dalla paura” |
5. Il paradosso: difendere la salute mentale… patologizzando il pensiero critico
C’è un grande paradosso:
- Da un lato, si promuove la consapevolezza sulla salute mentale.
- Dall’altro, si usa la psichiatria come strumento di controllo sociale.
Chi soffre davvero di ansia o depressione può sentirsi ulteriormente stigmatizzato:
“Se io ho l’ansia perché protesto, allora forse sono io il problema, non il sistema.”
E invece, il sistema potrebbe essere profondamente ansiogeno — e la reazione non sarebbe malattia, ma lucidità.
Come diceva R.D. Laing negli anni '60:
“Potrebbe essere che ciò che chiamiamo ‘follia’ sia una forma sensata di adattamento a un mondo folle.”
6. Come difendersi? Verso una democrazia resistente
Per contrastare questa deriva:
✅ 1. Separare la critica dalla patologia
- Accettare che dubitare, protestare, dissentire fa parte della vita democratica.
- Non confondere insicurezza informativa con malattia mentale.
✅ 2. Promuovere il dibattito, non la compliance
- Le istituzioni devono rispondere alle domande, non diagnosticare chi le pone.
- Creare spazi pubblici neutri per il confronto (es. assemblee cittadine, sortizione).
✅ 3. Educare al pensiero critico, non alla fiducia cieca
- Insegnare a valutare fonti, evidenze, bias — senza demonizzare il dubbio.
✅ 4. Ridefinire la salute mentale come diritto collettivo
- La vera salute mentale non è l’assenza di ansia, ma la possibilità di vivere in un mondo giusto, sostenibile, partecipato.
Conclusione
La patologizzazione del dissenso è una forma moderna di autoritarismo morbido: non ti imprigionano, ti curano. Non ti censurano, ti compassionano. Non ti ascoltano, ti diagnosticano.
Eppure, il diritto di dubitare è il primo atto di libertà.
Una democrazia matura non teme le domande. Le accoglie. Le onora. Ne ha bisogno.
"La democrazia non è il governo della maggioranza, ma la protezione del dissenso."
— Parafrasando Tocqueville
Difendere il dissenso non significa rifiutare la scienza, ma difendere il diritto a interrogarla, soprattutto quando riguarda decisioni che ci riguardano tutti.
Se vuoi approfondire:
- Ian Hacking, Mad Travelers – su come la follia viene costruita socialmente
- Christopher Bollas, The Shadow of the Object – psicoanalisi e società
- Giorgio Antonucci, Critica della psichiatria istituzionale – prospettiva italiana radicale
- Timothy Mitchell, Carbon Democracy – sul legame tra energia, potere e partecipazione
Il vero nemico non è il cittadino che dubita.
È il sistema che non sopporta di essere messo in discussione.
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